Lo sviluppo della Boxe moderna

Al giorno d’oggi diamo per scontata e naturale la possibilità di praticare un’attività sportiva, probabilmente  i nostri figli, i nostri amici e noi stessi  dedichiamo  qualche giorno alla settimana nella pratica di qualche attività sportiva, seguiamo  partite della nostra squadra preferita, incontri o eventi sportivi dal vivo o  comodi in poltrona davanti alla tv e spesso In compagnia di amici e qualche birretta.

Ma non è stato sempre cosi!!

 

Anche lo sport ha una sua storia e la Gran Bretagna del 18° secolo è il luogo cruciale in  cui trovò terreno fertile e condizioni giuste per il suo sviluppo .

Per praticare uno sport, partecipare ad un evento o comunque dedicare del tempo ad attività ricreative in generale ,abbiamo bisogno appunto del “TEMPO”. Per questo è fondamentale avere tempo non impegnato a soddisfare le necessità primarie, tempo extra lavorativo da dedicare a noi stessi e ai nostri piaceri…quello che gli anglosassoni chiamano “leisure”.

E di tempo libero purtroppo, nella Gran Bretagna rurale antecedente al 18° secolo non è che ce ne fosse poi  molto, anzi, si lavorava nei campi tutti i giorni dall’alba al tramonto, tempo per  divertirsi ne rimaneva veramente poco, e dopo una giornata di lavoro pesante, forse era  poca anche la voglia.  A dettare la cadenza delle attività umane erano il  ritmo naturale dell’agricoltura con le sue semine e raccolti in occasione dei quali si organizzavano feste e sagre paesane. Il calendario cristiano determinava le tempistiche del riposo.
Durante feste come Pasqua o la settimana di pentecoste nei villaggi si organizzavano festivals  e carnivals in cui parte delle attrazioni erano dedicate all’organizzazione di gare di atletica, giochi con la palla ed attività sportive in generale.  Attività sportive diverse da ciò che conosciamo e immaginiamo oggi;
ad esempio nessun spettatore pagava il biglietto, non esisteva  nessuna squadra o club permanente, nessun atleta che  poteva  vivere  di solo  sport, tant’è che le imprese di questi uomini rimanevano pressochè  ristrette  alla notorietà locale e alla fama del paese.

Tutto ciò iniziò a cambiare con il modernizzarsi  dell’economia, durante la rivoluzione industriale che, innovando anche le  tecniche agricole favorsice la crescita su larga scala dell’agricoltura commerciale, spingendo i piccoli imprenditori agricoli ad abbandonare i campi e creando quella working class che andrà ad insediarsi nei sobborghi delle grandi città abbandonando le campagne.

I ritmi lavorativi nelle città sono diversi, probabilmente si guadagnano più soldi e soprattutto il lavoratore ,dal professionista al commerciante all’operaio,ha almeno un giorno di riposo, solitamente il lunedì o martedì.

Condizioni di lavoro “migliori” con giornate prestabilite di riposo favoriranno  la “commercializzazione del tempo libero” come la chiama lo storico J.H: Plumb di Leicester come ad esempio: comprare un biglietto per il teatro, il quale per l’appunto fiorisce proprio in questo secolo, oppure un biglietto per un evento sportivo.

Nella città di  Londra infatti si può assistere a corse di cavalli, partite di cricket, di football e di uno spettacolo  sportivo  dove due contendenti, uno davanti all’altro a  torso nudo si affrontano cercando di abbattersi a vicenda con la sola forza dei pugni…lo chiamano “Pugilism”, Pugilato.

Al giorno d’oggi si tracciano orgogliosamente le origini della storia del pugilato indietro fino ai Greci e forse oltre, ma in realtà poco o niente sul pugilato di quel periodo è giunto fino a noi. La boxe moderna deve maggiormente i suoi natali ai maestri d’armi  Inglesi  che nel 18 secolo promossero e regolamentarono il combattimento a mani nude.

È con James Figg che di solito inizia la storia del pugilato moderno. Considerato  il primo campione dello sport a mani nude, era sicuramente più  conosciuto per le sue abilita schermistiche con la spada ed il bastone. Probabilmente più che combattente  fu il primo vero promoter nello sport del pugilato .

“ Master of the noble science of defence “, James  Figg apre il primo anfiteatro dove impartire a gentiluomini  facoltosi lezioni  e senza dubbio offrire spettacoli che hanno protagonisti i migliori pugili della zona.

Nell’anfiteatro gli incontri si svolgono su una sorta di ring rudimentale, le regole non sono certe ne ben definite, i due contendenti si accordano prima su cosa sia permesso o vietato. È uno sport crudo, violento, privo di  rounds, non ci sono guantoni, semplicemente vince chi rimane in piedi. Si combatte per la gloria ma soprattutto per il premio in denaro, “prize”

È uno spettacolo che piace però, che attira molta gente anche di ceti sociali molto diversi tra loro.  Intorno al ring si può trovare infatti dalla plebaglia alla nobiltà. Ed è durante questi eventi che viene incanalato l’impulso dell’uomo per le scommesse: plebe e nobiltà scommettono su tutto: sul vincente, sul primo sangue ,sul primo atterramento; scommesse che generano un bel giro di soldi.
Gli avventori scommettono  certamente nella speranza di guadagnare un bel gruzzolo ma, così facendo, diventano loro stessi protagonisti, partecipando empaticamente allo svolgersi  degli eventi. Dovendo puntare dei soldi iniziano cosi ad interessarsi a tutti quei risvolti e storie che circolano intorno al mondo pugilistico interessanti ed utili per predire l’esito di un combattimento.
In molti si appassioneranno.

Se con Figg il pugilato inizia a diventare famoso è con il suo pupillo Jack Broughton che il pugilato finalmente viene regolamentato.

Jack Broughton, di mestiere waterman, una sorta di nostro gondoliere ma sul tamigi di Londra, è sicuramente da considerare il vero padre del pugilato moderno.
Nel 1743 scrive le prime regole rudimentali che formalizzano inizialmente tutti i prizefights che si svolgono nel suo anfiteatro ma che successivamente vengono adottate e riconosciute universalmente in tutto il Regno Unito.

Poche regole, sette in tutto, tra cui:
l’istituzione di un arbitro;
la divisone in rounds che terminano non per un limite di tempo ma con l’atterramento di uno dei due contendenti;
il divieto assoluto di picchiare un avversario mentre è a terra;
solo 30 secondi per riportarsi al centro e continuare a combattere dopo aver subito un atterramento finchè uno dei due si dichiari sconfitto o l’arbitro lo dichiari vinto.
Il pugilato di quei tempi è decisamente uno sport molto diverso da  quello che conociamo oggi, si può infatti proiettare a terra l’avversario con tecniche di lotta, non si menzionano divieto di calci e altre manovre che oggi sarebbero considerate  scorrettezze inaccettabili.

Per vedere  il pugilato come lo conosciamo bisognerà aspettare Sir John Sholto Douglas, pari di Scozia, nato nel 1844 a Firenze, città  culla del rinascimento ( e forse non è un caso) meglio noto come il “marchese di Queensberry “.
Nel 1865 il nobile capisce che si può fare meglio per spettacolarizzare lo sport, scrive per ciò le sue regole eliminando tutte quei tempi morti, quelle pause che annoiano gli spettatori e soprattutto eliminando  del tutto la lotta. Passeranno alla storia come le “regole del Marchese”

Le regole si rivelano fondamentali nello sviluppo dello sport  per diverse ragioni. Innanzitutto con delle regole scritte l’arte si eleva a scienza, l’atleta come conseguenza si specializza divenendo un professionista nell’accezione moderna del termine. Aumenta in questo periodo l’uscita di manuali per l’apprendimento della “noble art”e contemporaneamente il  “fair play”, parola legata indissolubilmente a tutti quei valori etici che sono parte integrante di una sana competizione e che rende gli atleti “nobili”, diviene il centro dell’evento sportivo a differenza di quanto avveniva durante i prize fight.
Infine un regolamento chiaro favorisce ed aumenta la comprensione che lo spettatore ha verso lo svolgimento della gara e, a modo suo, ognuno diventa un” esperto” in grado di avere un’opinione; tant’è che si giunge ad una popolarizzazione delle opinioni.

Altro fattore importante per lo sviluppo del pugilato è legato alla sua capacità di coinvolgere persone di diverse origini. Tra gli atleti possiamo sicuramente citare il celeberrimo prizefighter Daniel Mendoza, ebreo Spagnolo di umili origini, che fu capace con la sua  storia di riscatto sociale di rapire l’immaginario degli spettatori divenendo una vera e propria star del tempo. Sempre in termini di personalità il pugilato può vantare tra i suoi fans più accaniti, nientepopodimeno che il principe di Galles,il futuro Re Giorgio IV (1820-30) in persona.

Il futuro Re influenza lo sport in due  modi:
il primo sono i soldi e  le conoscenze aristocratiche e facoltose con le quali riesce a procurare  premi “borse,” elevati per gli atleti;
il secondo modo è la capacità di rendere il pugilato uno sport  “fashionable “  e di attrarre con la sua solo presenza masse di “appassionati” dell’alta società volenterosi di farsi vedere vicino o insieme alla famiglia Reale.

Il pugilato ad un certo punto è  lo sport che più di tutti unisce le classi sociali tra di loro, i meno abbienti e l’upper class si ritrovano insieme a godere dello stesso spettacolo, tuttavia la voglia di mischiarsi da parte degli aristocratici con la lower class è sempre  limitata, anche se l’ammirazione verso gli atleti quasi sempre di umili origini è comunque  sincera.
Il pugilato quindi unisce tutti in un senso di nazionalismo mai provato prima, infatti a quei tempi era più normale identificarsi con una citta, il villaggio di provenienza con la propria famiglia  o clan, o attraverso la fedeltà al Re. Tutti ma proprio tutti sono  d’accordo su una cosa ; il duellare con i pugni è tipicamente Inglese, tanto che lo storico Inglese Pierce Egan si spinge a scrivere quanto segue: “i britannici non si dispiacciano di una scienza che non solo aggiunge generosità di animo e coraggio, in un paese dove lo stiletto è sconosciuto, dove le dispute non generano assasini e dove la vendetta non finisce in omicidio”. Chi sa leggere tra le righe capisce subito che lo stiletto è riferito al modus operandi del popolo Italico mentre per il resto è ovvio il volersi differenziare con i dirimpettai: ” gli odiati “ Francesi con i quali sono in guerra .

Anche Daniel Mendoza nel suo libro del 1792 “the art of Boxing” lo descrive come “il modo nazionale di combattere nell’ unico paese dove è stato regolamentato con regole scritte ed elevato a scienza.”

Attraverso il pugilato gli Inglesi soddisfano l’amore per il gioco duro, l’amore per passatempi “violenti” che affermano valori marziali come il coraggio, lonore e l’eroismo. Il sangue del ring diventa metafora di una società che nel 18-19 secolo è crudele. Per i fans un buon incontro è  l’idealizzazzione dell’estetica maschile, una dimostrazione di virilità, onore e abilità combattive. Il ring insegnava agli inglesi il coraggio del leone, una sorta di orgoglio nazionale che contrastava la “mollezza” di certi ambienti. Il pugilato elevò l’onore sopra la ricchezza e i valori marziali sopra il confort.

Articolo di proprietà di BKB-Italia Copyright @ 2014